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Quanto è stato difficile leggere Cecità, ma che meraviglia!

Questa è stata la prima opera di José Saramago che ho approcciato ed è stato per puro caso. Il libro è stato ad impolverarsi nella libreria per anni. Originariamente apparteneva al mio compagno, il quale però, più dedito alla saggistica che alla narrativa, non lo ha mai letto. E’ stato lui però a farmi incuriosire diversi anni fa dicendomi “leggilo, potrebbe piacerti”. Sono passati altri tre anni da quel consiglio, ma dopo averlo divorato, Saramago, è senza dubbio diventato uno dei miei autori preferiti.

Cecità non è certamente un libro semplice da leggere. Prima di tutto è lo stile stesso dell’autore a renderlo complicato e a tratti pesante. Indipendentemente dall’edizione, infatti, il racconto è scritto fitto, senza quasi punteggiatura, marchio di fabbrica di Saramago. Poi c’è la storia che è ossessiva, cruda ma allo stesso estremamente coinvolgente al punto che sembra di essere stati catapultati in un incubo. Cecità sembra essere l’allegoria stessa della follia umana, della crudeltà e della sua incapacità di vedere oltre il proprio bene e il proprio interesse. E’ la dimostrazione dell’insita cattiveria dell’uomo e della sua fame di potere e di violenza. Questo è quanto emerge da tre quarti del libro, un racconto certamente angoscioso, nel quale si possono facilmente ritrovare le stesse sensazioni scatenate dai resoconti delle guerre, da quella Jugoslava, ai massacri di Sabra e Shatila, degli stupri etnici e di tutte le ignominie compiute dall’uomo per affermare il proprio diritto all’individualità. Questo è forse quello che sorprende di più di Cecità, passare al lettore, attraverso una storia inventata e dalla trama quasi irreale, le stesse sensazioni della vita vissuta, quasi a voler sottolineare che tra il peggior incubo e la più bieca realtà non ci sono a volte grandi differenze. Ma un consiglio. Non fermatevi a tutto questo. Le ultime cento pagine del libro sono invece una vera elevazione dello spirito, come un alito di brezza che innamora e fa sospirare di gioia rispetto alla meraviglia della vita.

La trama è probabilmente ben nota. Il racconto si apre con l’inizio di quella che diventerà una epidemia di cecità bianca che dapprima interessa una piccola parte della popolazione e che poi si espande in una città di cui non si conosce il nome in un Paese che non viene mai definito. E’ nella prima parte della narrazione che si incontrano i protagonisti principali che poi si muoveranno per tutto il resto del racconto e che sconvolgeranno, spesso per il loro coraggio, altre volte per la loro non fisica cecità. Questo libro, forse più di altri, è un viaggio introspettivo attraverso quello che c’è di cattivo, e di buono, nella razza umana e nei suoi comportamenti sociali. Se dovessi forzare una similitudine, il messaggio che viene passato da questo libro è una combinazione della negatività del Signore delle Mosche (W. Golding) e dell’utopia propria dell’Isola (A. Huxley).

Quello che è certo è che quest’opera è chiaramente un caso a sé e che consiglio a chi ha uno stomaco forte e la capacità di cogliere la meravigliosa felicità che può scaturire dal lasciare che uno scroscio di pioggia lavi via le sofferenze.