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Saltare da un libro all’altro è un esercizio appassionante ma che alle volte rischia di non lasciare apprezzare a pieno i titoli scelti. Spesso capita di essere ancora influenzati dalle parole della lettura precedente, e di non approcciare con il piede giusto quella successiva. Questo è probabilmente quello che è accaduto con Una Questione Privata di Beppe Fenoglio.

Questo libro è stato nella lista virtuale di letture per anni. Dopo aver letto il lavoro forse più conosciuto di Fenoglio, Il Partigiano Johnny, e Diciotto Racconti (entrambi che spero di poter recensire presto, anche se temo che il tempo passato abbia sbiadito molto il loro ricordo) mi era rimasta sempre la curiosità di approcciare la scrittura partigiana dalla parte del cuore. Un po’ come Tano D’Amico, che dalle crude lotte degli anni Settanta del movimento studentesco italiano ha comunque voluto estrarre immagini che ne rappresentassero anche l’aspetto più dolce in La Dolce Ala del Dissenso

L’analisi dei libri di Fenoglio è poi per me influenzata, al punto da non poterne prescindere, dal mondo dei CCCP/CSI, gruppo che ha svolto per anni un ruolo da protagonista nelle mie preferenze musicali guidandomi nella scoperta della storia, della letteratura e dell’arte. Canzoni come Linea Gotica, tratta dai Ventitré Giorni della Città di Alba, o il Gorgo,  che narra di un episodio della vita di una famiglia piemontese durante la guerra, hanno lavorato come apripista nei confronti di un autore che è prevalentemente conosciuto come il più grande narratore dell’esperienza partigiana italiana.

Gabriele Pedullà, nell’introduzione a Una Questione Privata, in edizione Einaudi, sottolinea come Fenoglio abbia per anni cercato di sganciarsi dall’immagine di cronista della lotta partigiana nella Seconda Guerra Mondiale, tuttavia in un modo o nell’altro ne è comunque rimasto profondamente legato.

Anche questo libro, che dal titolo sembra voler essere focalizzato più su i sentimenti intimi del protagonista che sulla cronaca della guerra, alla fine è un racconto dettagliato di un aspetto della vita del partigiano, della sua lotta per la sopravvivenza e per quella dei propri compagni.

La lettura interessante con cui è possibile approcciare Una Questione Privata è forse però proprio questa, dietro l’orrore della guerra, la durezza della vita da partigiano, o da ribelle se si vuole ampliare lo spettro di indagine, l’uomo rimane un essere umano e accanto alle ragioni politiche che lo spingono a prendere in mano le armi, continuano ad esistere quelle personali, quelle “private” che aiutano a rimanere vivi e, come dice Giovanni Lindo Ferretti, a ricordarti “che un tempo tu eri”.

Alessandro Baricco nella sua rubrica su Repubblica considera Una Questione Privata, insieme a La Paga del Sabato i due migliori libri di Fenoglio. Non so se avrò occasione di leggere questo secondo lavoro, ultimamente gli interessi letterari mi stanno trascinando lontano dal tipo di racconti narrati da Fenoglio, che invece erano per lo più protagonisti del periodo tardo adolescenziale.

Nell’ultima di copertina dell’edizione Einaudi, Italo Calvino descrive Una Questione Privata come “La più bella tra le storie d’amore possibili e impossibili”, come un romanzo di follia amorosa, quasi cavalleresco alla stessa stregua dell’Orlando Furioso. Mi sento di dissentire da questa descrizione. Una Questione Privata è e rimane un racconto di guerra, ma lancia un appello affinché quello che c’è dentro ogni uomo non venga dimenticato e si continui a pensare ai combattenti non come macchine da guerra, ma come a persone fatte di carne e anima. Quello che tuttavia mi sento di consigliare è di non prescindere da questo autore, perché la sua penna e la velocità dei racconti è avvincente, ed in ogni caso narra di un pezzo della nostra storia che non deve essere dimenticata, indipendentemente dallo schieramento politico.

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