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Ai più potrà sembrare un paragone piuttosto azzardato, ma leggere Cent’anni di Solitudine, di Gabriel Garcia Marquez, mi ha fatto pensare alla Maratonda, una delle prime scene dell’adattamento Disney della favola di Lewis Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie.

La prima ragione per cui mi è saltata in testa questa similitudine è per la “rotondità” tanto della “danza” di Alice quanto dell’immagine dello scorrere del tempo proposta da Marquez. Il romanzo dell’autore colombiano è infatti un continuo susseguirsi delle vicende dei membri della famiglia Buendia che nel corso di un secolo ripetono, senza volerlo, gli errori e le manie di coloro che li hanno preceduti.18397_537259359621158_222182734_n Il racconto corre veloce, senza quasi dare al lettore la possibilità di avere il tempo di riflettere su quello che la narrazione vuole realmente trasmettere, e i personaggi a loro volta corrono uno dietro l’altro, come nella Maratonda, senza mai fermarsi, in circolo, ripetendo ognuno i passi di quello davanti. Come in una staffetta, i membri della famiglia sembrano passarsi il cognome dei Buendia come fosse un testimone, ma accanto a questo vi è allo stesso tempo un altro elemento che caratterizza ognuno dei protagonisti, la loro intrinseca solitudine. Questo è certamente il maggiore collante di tutta la narrazione, oltre che la sua chiave di lettura, anche se per me ha rappresentato un enorme paradosso.

La busqueda de las cosas perdidas està entorpecida por los habitos rutinarios, y es por eso que cuesta tanto trabajo encontrarlas

Sarà stata probabilmente la decisione di leggere il libro in spagnolo, una lingua che mi ha sempre trasmesso una sensazione di allegria, insieme alla dinamicità della narrazione, al suo continuo accelerare (oltre la sfida di distinguere i nomi dei personaggi che si ripeto521284_554429947904099_576963656_nno quasi ossessivamente) a non farmi cogliere la drammaticità della saga familiare, ma ho tardato diverse centinaia di pagine a cogliere la tristezza insita in Cent’anni di solitudine. Sono state piuttosto le magie “de los gitanos”, l’improbabilità di trovare sulla terra un luogo come Macondo (dove è ambientata la narrazione) a trascinarmi più verso la parte fantastica del libro che verso quella triste.

..y le preguntaba a Dios, sin miedo, si de verdad creìa que la gente estaba hecha de fierro para soportar tantas penas y mortificaciones […] y sentìa unos irreprimibles deseos de soltarse a despotricar como un forastero, y de permitirse por fin un instante de rebeldia, el instante tantas veces anhelado y tantas veces aplazado de meterse la resignacion por el fundamento y cagarse de una vez en todo.

E’ stato solo quanto il racconto ha scavallato quello che io chiamo il vertice della parabola narrativa, quando cioè si capisce che le storie iniziano a ripetersi e si coglie per la prima volta la “rotondità” del tempo, che l’aspetto ludico e magico del libro ha lasciato spazio a quello più introspettivo. Questo passaggio è stato certamente facilitato dal racconto stesso, che, quando i primi membri della famiglia iniziano a morire, rallenta improvvisamente per fare spazio a profonde riflessioni su quello che è stato il senso, o la mancanza di senso, della vita.

Le doliò no haber tenido aquella revelacion muchos años antes, cuando aun fuera posible purificar los recuerdos y reconstruir el universo bajo una luz nueva […] ni por odio ni por amor, sino por la comprension sin medidas de la soledad

Grazie a queste soste, al lettore è permesso ristorarsi ed entrare più in intimità con i personaggi che altrimenti, presi nell’affanno della vita quotidiana, sembrano non avere Santiago_Ludov!tempo di interagire e farsi conoscere. E così, al divertimento un po’ sciocco nel vedere tante persone che girano e corrono l’una dietro l’altra, si è andata soprapponendo la pietà per tutti questi individui che sperano, vivendo, di liberarsi della profonda solitudine che li rende schiavi, ma che, come i corridori della Maratonda, non si asciugheranno mai perché la solitudine, come le onde del mare, continueranno a bagnarli e a renderli quello che sono.

..y se lamentaban de cuanta vida les habia costado encontrar el paraiso de la soledad compartida

Cent’anni di Solitudine è chiaramente un “must read” ed è stato analizzato, scomposto, studiato secondo molteplici punti di vista. C’è chi ha perfino trovato nel racconto riferimenti biblici al paradiso terrestre e all’inizio di tutti i tempi. Io lascerei questi paragoni, forse più azzardati del mio con la Maratonda, ai più esperti e coraggiosi. Quello che posso dire di questo racconto è che è sorprendente soprattutto perché le vite dei protagonisti sono incastrate in uno schema in cui ognuno è unico nel suo essere, ma allo stesso tempo simile a chi l’ha preceduto. Marquez ha raccontato la vita di più di dieci personaggi diversi, ognuno protagonista alla sua maniera, dimostrando quanto diverse possono essere le sfumature della solitudine e che, per quanto affannosamente l’uomo cerchi di sfuggirvi, alla fine cada sempre nella sua “telaraña”.

..en cualquier lugar en que estuvieran recordaran siempre que el pasado era mentira, que la memoria no tenia caminos de regreso, que toda primavera antigua era irrecuperable, y que el amor mas desatinado y tenaz era de todos modos una verdad efimera

A mio avviso, il racconto di Marquez si allontana molto dalle saghe sudamericane come quelle di Isabel Allende (La Casa degli Spiriti, o La Figlia della Fortuna, tra le altre), perché non lascia spazio alle emozioni travolgenti. Vi è passione, vi è amore ma alla stessa stregua della politica, dell’arte e della scienza nessuno di essi è davvero p532603_547529125260848_141121269_nrotagonista. Allo stesso modo, come con la Allende, la magia e la superstizione rimangono una elemento importante, ma fanno da sfondo alla narrazione, senza occuparne uno spazio eccessivo. I riferimenti magici tuttavia donano un’aurea incantata a molti dei passaggi del racconto, e se è vero che l’innamoramento a volte è simile ad avere le farfalle nello stomaco, in Cent’anni di Solitudine le farfalle sono gialle e riempiono la stanza suggerendo quando l’amato è vicino.

Credo che Cent’anni di Solitudine sia un libro molto più complesso di quanto non appaia e che per comprenderlo pienamente richieda più di una lettura.  Certamente però è un titolo che fa aumentare la curiosità nei confronti di un autore di cui ho già letto Del Amor y Otros Demonios e di cui spero presto di approcciare anche El amor en los tiempos del cólera.  Marquez è un narratore fenomenale e consiglio questo libro perché è capace di sorprendere a diversi livelli senza mai cadere nella banalità.

El mundo habrà acabado de joderse el dia en que los hombres viajen en primera clase y la literatura en el vagon de carga

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