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Parlare della capacità di utilizzare costruttivamente il proprio diritto al libero arbitrio potrebbe apparire un esercizio pericoloso e controverso, specialmente in periodo post-elettorale. Farlo poi con un libro che affronta la questione sotto il punto di vista religioso potrebbe poi sembrare totalmente inadatto o fuori luogo.540777_10200520807250188_1508969721_n

Tuttavia ne Il Grande Inquisitore, Fëdor Dostoevskij ha legato strettamente i due aspetti, religioso e sociale, offrendo un’immagine tanto allarmante quanto interessante della natura umana.

Tratto dal più lungo romanzo, I Fratelli Karamazov, Il Grande Inquisitore è un breve libello di poco più di quaranta pagine che racconta del colloquio avvenuto fra i due fratelli, uno particolarmente religioso, l’altro scettico e quasi ateo. Quest’ultimo racconta all’altro una storia da lui inventata e nella quale si narra del lungo monologo avvenuto tra il più potente inquisitore di Siviglia e Gesù Cristo, tornato temporaneamente sulla terra per vedere cosa sia accaduto al suo regno.

La necessità di raccontare questa vicenda nasce da un grande turbamento vissuto dall’uomo, quello di non poter conciliare l’esistenza di dio con la presenza del male sulla terra, e con la forte sofferenza vissuta dagli uomini. Il narratore parte da un presupposto fondamentale: come si può perdonare e sopportare la presenza del dolore presente sulla terra, in particolare quello inferto ai bambini? A cosa serve godere della libertà di scegliere il bene o il male se il suo prezzo è dover sopportare così tanta sofferenza?

27-banksy-balloon-girlIl narratore risponde a questo interrogativo raccontando una storia, attraverso la quale vuole dimostrare quale enorme trappola sia per l’uomo il libero arbitrio, quanto egli sia inadatto a sopportare e a portare sulle proprie spalle questo compito e quanto, offrendo questa possibilità, Gesù abbia in realtà fatto più male che bene agli uomini, destinandoli ad una vita di tortura e dolore.

Parlando nel carcere dove ha fatto rinchiudere Gesù, il Grande Inquisitore attacca violentemente il profeta, accusandolo di non aver capito nulla dellanatura umana. Nel suo lungo monologo, il religioso rimprovera a Gesù il fatto di non aver mai compreso e apprezzato veramente l’uomo, di non averlo mai realmente amato e di averlo fatto credere più potente di quello che in realtà è, lasciando sulle sue spalle un peso troppo grande: la libertà di scegliere. Di conseguenza l’umanità è condannata a una vita di sofferenza, priva di felicità e solo piena di tormento e rimorsi.

Nulla procura all’uomo affanni più tormentosi della ricerca di qualcuno cui delegare al più presto il dono della libertà, la libertà con cui, sventurata creatura, l’uomo è venuto al mondo

Secondo il Grande Inquisitore, l’uomo non è fatto per essere libero, egli ricerca in ogni situazione guida e coercizione, insegue costantemente qualcuno che decida per lui, che gli tolga dalle spalle il peso enorme delle proprie scelte. Quando Gesù nel deserto rifiutò le tre tentazioni, scelse coscientemente di destinare l’uomo ad un futuro di incertezza e sofferenza, perché l’unica mano a cui il popolo risponde è a quella che gli dà da mangiare, che lo asservisce facendolo crede libero quando invece non è altro che uno schiavo. E per chi ha la forza di ribellarsi a questa condizione, rimane solamente la preoccupazione di trovare al più presto qualcun altro davanti a cui chinarsi. Se lo trova, ecco un’altra guerra, per convincere il resto del popolo a emularlo perché “la preoccupazione di queste misere creature non consiste soltanto nel trovare ciò di fronte a cui io o un altro possiamo inchinarci, ma nel trovare qualcosa in cui credano tutti gli altri”.

[…] ma s’impadronirà della liberta degli uomini solo chi saprà mettere tranquille le loro coscienze

Nonostante abbia avuto la possibilità offertagli dallo “spirito intelligente e tremendo” di sollevare l’umanità da questa pena, Gesù ha preferito rifiutarsi di utilizzare le uniche tre forze a cui l’uomo risponde, il miracolo, il mistero e l’autorità, preferendo che gli uomini lo seguissero sulla base di una fede e fiducia completamente libera. Agendo in questa maniera, tuttavia, li ha condannati all’incertezza, alla sofferenza di dover banskyassumersi la responsabilità delle proprie azioni, ad un dolore che non riescono a sopportare e che li spinge a cercare qualsiasi mezzo pur di essere esonerati dal loro diritto di scelta.

Non c’è da sorprendersi quindi nel vedere che dopo 15 anni dall’assenza di Gesù sulla terra, l’uomo sia in realtà uno schiavo asservito al potere di chi ha offerto lui un placebo, di chi gli ha organizzato attorno una struttura sociale in grado di sollevarlo da ciò che più lo affligge. Per il Grande Inquisitore Gesù ha peccato di superbia nel pensare di conoscere l’uomo, perché solo un suo simile ne può capire davvero la natura  ed accettarlo per quello che è. A meno che a Gesù non importasse solamente una minoranza dell’umanità, quella dei suoi eletti. Ma cosa ne è allora dei più deboli, di coloro che non riescono a sfamarsi con il “pane celeste” e necessitano di quello terreno? L’unica possibilità per questi è sottomettersi all’unico potere che possa toglierli dalla “schiavitù e smarrimento verso cui li portava la libertà” offerta da Gesù: la chiesa (leggasi organizzazione sociale).

La libertà, il libero intelletto e la scienza li spingeranno in un tale labirinto, li porranno di fronte a tali prodigi e misteri insolubili che alcuni, indocili e violenti, si toglieranno la vita, altri indocili ma deboli, si termineranno l’un l’altro, e i sopravvissuti, deboli e infelici, si trascineranno ai nostri (chiesa) piedi gridando: […] salvateci da noi stessi!

La costruzione sociale dona la “felicità dei deboli”, li porta a temere i potenti e ad ammirarli per essere riusciti ad elevarsi e a controllare il resto dei propri simili. Gli uomini amano i loro padroni perché nelle ore libere dal lavoro organizzano la loro vita con canzoni e cori, perché i potenti permettono loro di compiere il peccato e a volte loro stessi daranno loro l’esempio che il peccato si può commettere e di conseguenza perdonare. A seconda del grado di ubbidienza, i potenti autorizzano maggiore o minore autonomia nella vita privata delle persone ma queste ultime non si sentiranno schiave, bensì ancora più libere, perché nel seguire il potente, sono comunque esonerate dal libero arbitrio.

[…] mai come adesso gli uomini sono convinti di essere assolutamente liberi, e invece sono stati loro stessi a portarci con le proprie mani ( – voto?) la libertà, a deporla umilmente ai nostri piedi

Per Il Grande Inquisitore l’uomo è una pecora, incapace di pensare da solo e troppo debole per farlo. Nell’assumersi la responsabilità della felicità universale, il Grande Inquisitore si sente anche vittima di questa scelta, ma si offre suo malgrado di guidare l’umanità, apparentemente per darle l’opportunità di essere felice, ma in realtà solo perché si sente superiore al resto dei propri pari.

Inganno, finta libertà, controllo sociale, pretesa di superiorità…suona qualche campanello?

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PS: La lettura data a Il Grande Inquisitore è stata volutamente politica, perché in alcuni passi del libro è apparso lampante come la struttura creata dalla chiesa fosse facilmente sostituibile con quella dello Stato, fondata sugli stessi ricatti e inganni. Tuttavia il libro offre diverse altre chiavi di lettura, ugualmente interessanti.

E’ appassionante inoltre analizzare la figura del Grande Inquisitore, ed è difficile non provare sentimenti contrastanti nei suoi confronti: disprezzo per l’id406691_405937869494382_49299044_nea che ha dell’uomo, ma anche profonda ammirazione perché quello che dice non può essere facilmente contraddetto o confutato. Quello che rimane da chiarire è se è possibile davvero rispondere alla domanda:

“L’uomo è per sua natura un ribelle. Possono forse essere felici i ribelli?”

Il Grande Inquisitore non è certamente un libro facile, nonostante la sua immediatezza. Tuttavia leggerlo non prende più di un’oretta e certamente è uno strumento interessante per fare il punto su dove siamo.

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