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Sulla scia del filone iniziato con Pastorale Americana, Riportando Tutto a Casa, di Nicola LaGioia, è un titolo che mi è capitato per le mani quasi per caso.

3726666728_eed8c8c5ea_oConsiderato una delle stelle nascenti della letteratura contemporanea nostrana, questo libro ha il dichiarato obiettivo di “Tracciare una cronologia della nostra discesa verso il peggio”, o con “nostra” si intende quella del nostro Paese, della nostra generazione e del nostro Sud.

L’ispirazione a prendere per le mani un titolo italiano contemporaneo e piuttosto estraneo al mainstream, avendo preferito fino a questo momento tuffarmi nella letteratura straniera classica, è venuta con l’intenzione di tracciare un paragone tra lo scontro generazionale narrato in Pastorale Americana e quello avvenuto dopo qualche anno in Italia.

Le similitudini fra i due libri sono molteplici: entrambi raccontano eventi passati, in entrambi il narratore va alla ricerca della ricostruzione della vita delle persone che hanno tracciato un segno indelebile nella sua esistenza, entrambi presentano un paragone tra la generazione dei genitori e quella dei figli.

L’elemento che tuttavia accomuna maggiormente questi titoli, è il risultato disastroso a cui questa lotta generazionanape3le ha portato i protagonisti. Nel testo di Roth, Merry Levov si ribella ala vita dei propri genitori ingaggiando una guerra contro lo stato che ha come ultima finalità la distruzione del sistema. LaGioia invece fa muovere i propri personaggi in un contesto ovviamente diverso, la Bari degli Anni Ottanta, e li porta a ribellarsi al benessere del boom economico italiano attraverso una distruzione personale.

E’ proprio questo l’aspetto più interessante del libro, il tentativo di tracciare un segno di congiunzione sulle ragioni per cui la nostra generazione (parlo dei Trentenni/Quarantenni) ha deciso di contestare quella precedente, il suo perbenismo, la sua ricchezza e benessere cercando la propria autodistruzione. Ed ecco quindi uno spaccato su quello che sono stati gli Anni Ottanta per le periferie popolari delle città, droga, prostituzione, sotterfugi, furti. Chi ha vissuto nelle periferie delle grandi città italiane, anche se non è stato parte di questa tendenza distruttiva, non può non esserne stato testimone.

Tuttavia le somiglianze tra Roth e LaGioia si esauriscono qui. Nel libro dello scrittore italiano manca completamente la maestria e la struttura narrativa del suo collega statunitense. Il libro sembra essere, specialmente nella prima parte, il classico romanzo da liceali con l’aggiunta di immotivati riferimenti sessuali piuttosto volgari che vogliono dare al libro un aspetto “crudo” ma che, almeno ai miei occhi, stonano. Lo stile ricorda molto quello di Andrea de Carlo, e in parte di Enrico Brizzi, e per tre quarti della narrazione ho trovato  il racconto banale, “già letto” e con scarso carattere.

Tornano i miti degli Anni Settanta e Ottanta come Ranxerox, Frigidaire e i Dead Can Dance che Brizzi aveva già utilizzato nella costruzione dei propri personaggi, come Alex di Jack Frusciante è Uscito dal Gruppo, o ancora Bastogne e Tre Ragazzi Immaginari. Torna l’Amore adolescenziale per la Rachele o la Aidi della situazione. Insomma niente di nuovo.

Quello che però fa di questo libro un testo leggero e “leggibile” oltre che a tratti interessante, è la parte finale, quando l’autore riesce a lasciarsi alle spalle la scrittura per liceali, e si cimenta a passare in rassegna i momenti più importanti che hanno segnato la svolta tra la sua generazione e quelle successive, aprendo in questo modo un altro solco, che ancora appare incolmabile.

Le civiltà si realizzano proprio quando si dissolvono nel nulla. […] Ascoltami bene, adesso, la settimana scorsa sono stato a Praga. […] Mene vado a passeggio per questa meravigliosa città e zac…tempo un quarto d’ora da quando ho messo il piede fuori dall’albergo , vengo abbordato da due ragazze. […] Ora ti devi immaginare due ragazze bellissime. Potrebbero sfilare a Milano, sfondare a Hollywood, girare il mondo mettendo la loro bellezza a disposizione di qualcosa di volgare e molto redditizio. Invece sono intrappolati nei confini del loro Paese, infilate nelle loro camicette di pizzo bianco. Hai presente le camicette della nonna? Mi assicurano che Praga, per come la vedono loro, è la città più noiosa al mondo. […] Mi chiedono da dove vengo e glielo dico. Allora mi propongono di parlare in italiano: imparare l’italiano è cosa molto utile, dicono. Le porto a bere. Inizio a corteggiarle. Un innocuo casto corteggiamento in cui ci limitiamo a dire cosa potrebbero combinare insieme un Italiano di mezza età e due ragazze ceche. Vorrebbero sapere dove le porterei se fossero le mie fidanzate. ‘Ce ne andremmo a Parigi’ dico. Mi chiedono dove le porterei di preciso, se fossimo a Parigi. MI lancio nelle solite fregnacce, Notre Dame, il Louvre. Arricciano il naso. ‘Ma come – domando – non volete visitare il museo D’Orsay?’ Non gliene potrebbe fregare di meno… Hanno frequentato per anni queste serissime scuole serali e ai loro occhi Rubens, Goya Rodin, Proust e Giuseppe Verdi sono pallosi almeno quanto la propaganda di partito. E allora me lo dicono… questi due angeli, a Parigi, ci vogliono andare per mangiare da Mc Donald’s, come le loro coetanee dell’Europa occidentale. Vogliono perdersi nei magazzini Lafayette. Vogliono  andare in pellegrinaggio al Club 79. Non gliene fotte niente di Delacroix, ma sono pronte a farsi sbattere dal primo scimmione in scarpe da ginnastica per un cheesburger

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