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“Se Il Mago ha un significato, non è nulla di più del test di Rorschach in psicologia. Il suo significato è la relazione, qualsiasi essa sia, che provoca nel lettore […]” scriveva Fowles nel 1977 nella prefazione del suo libro. In effetti, descrivere questo titolo ed offrirne una chiave di lettura univoca è forse uno degli esercizi più complessi che ho Schermata 2013-08-29 a 00.13.48tentato di affrontare da quando ho aperto questo blog, probabilmente fallendo. Non mi è infatti possibile raccontare Il Mago senza prenderne in considerazione le aspettative che provavo prima di leggerlo, una sorta di delusione nel non trovare quello che cercavo, rivalutarlo alla luce del significato molto più adulto che sprigiona dalle vicende dei suoi protagonisti e che rendono il racconto adolescenziale forse nei sentimenti, ma non nel significato. In fondo lo stesso Fowles lo ha definito un “romanzo di adolescenza scritto da un adolescente tardivo”.

Il paragone con il test di Rorschach è quindi certamente uno dei parallelismi più appropriati, perché questo racconto ha numerose sfaccettature e scatena emozioni differenti, rappresentando un’esperienza del tutto individuale.

A chi non ne ha mai sentito parlare, il titolo del libro potrebbe trarre in inganno, evocando misteri e pratiche magiche nella realtà del tutto assenti. Se vi è qualche riferimento all’occulto, questo è nella simbologia a cui ricorre l’autore in buona parte del racconto, ma soprattutto verso la fine, una mossa volta probabilmente ad aggiungere emotività e profondità ad una serie di scene che sono già di forte impatto per coloro che riescono a impersonificarsi nel protagonista. La narrazione è più un esercizio sociologico volto a sperimentare pratiche psicoanalitiche ed ha come risultato quello di portare il lettore a scoprire molto di più di quanto il protagonista, che racconta di se stesso in prima persona, voglia svelargli.

Da una situazione del tutto reale, un professore di inglese che si trasferisce su un’isolaRorschach_test_II_by_FDAndroid greca per svolgere il suo lavoro presso una scuola, il racconto inizia a creare dimensioni parallele portando sia il protagonista che il lettore avanti e indietro nel tempo. Creati con maestria da quello che per gran parte del racconto appare come l’antagonista/nemico, il Signor Conchis, questi diversi universi tuttavia si liberano presto dall’orizzonte temporale di passato e presente in cui sono stati presentati. Attraverso la complessa personalità e carisma dello stesso Conchis, questi universi si intrecciano e sovrappongono, creando una serie di realtà vere e false allo stesso tempo, che vanno a modellare una sorta di labirinto in cui viene scaraventato il protagonista, Nicholas Urfe, e da cui quest’ultimo nonostante cerchi di uscirne, rimane imprigionato. Il risultato è che verità e finzione non sono più distinguibili nella vita del protagonista al punto che ogni sua azione in quello che può sembrare l’universo costruito, il masque come lui stesso lo definisce, non fa altro che spiegare sempre di più la sua personalità nella sua vita reale.

Quello che Fowles sembra voler fare con questo libro è scardinare quelle che sono le realtà e le sicurezze a cui il protagonista, e probabilmente ogni lettore, è ancorato, per guidarlo in una vera scoperta di sé, violenta e spesso incomprensibile, ma certamente totalizzante. Di fronte ad un Urfe che nella sua vita ha adottato sempre gli stessi comportamenti, fatto delle scelte e preso delle decisioni con il solo obiettivo di accomodare aspetti della sua personalità che neanche lui è cosciente di avere, o che non vuole accettare o cambiare, Conchis/Fowles lo prende e lo attira nella sua tana. Qui, intrappolato, lo pone faccia a faccia con le sue debolezze e con le conseguenze spesso dolorose che i suoi atteggiamenti provocano negli altri, per poi lasciarlo solo con se stesso.

po6 Così facendo, Conchis abbandona Urfe a quella realtà che quest’ultimo pensava di conoscere e in cui si sentiva al sicuro. Presto però il protagonista  scoprirà che neanche questa è più la stessa e che la sua vita ha raggiunto una consapevolezza tale da non poter più percorrere la strada di prima, trovandosi pronto ad incamminarsi su percorsi diversi e che nel passato aveva rifiutato, scoprendone tutta la ricchezza, l’importanza e la bellezza.

“Il mio unico desiderio è che tutti gli artisti esplorino la loro vita liberamente in tutta la sua estensione. Il resto del mondo può censurare e seppellire la loro vicenda privata” scriveva lo stesso Fowles nella prefazione all’opera, al punto che forse la citazione che più riassume in poche parole la vicenda di Urfe ne Il Mago è quella di T. S. Eliot “Non smetteremo mai di esplorare e la fine di tutta la nostra esplorazione sarà di arrivare là dove siamo partiti e conoscere quel luogo per la prima volta”.

Finzione, ipnosi, surrealismo, introspezione, psicoanalisi, sociologia e misticismo si incrociano in un racconto dal respiro amplissimo nel quale è possibile ritrovare l’esperienza psicologica, simile probabilmente a quella che ho presentato in questo breve riassunto; quella romantica, nel senso sentimentale e letterario del termine; quella avventurosa o quella puramente letteraria. Ognuna di queste si presenta agli occhi del lettore con la stessa autenticità e coinvolgimento, offrendogli allo stesso tempo spunti culturali da approfondire e scoprire. Il lettore non deve fare altro che scegliere tra i riferimenti all’occultismo, alla mitologia pagana, all’arte, alla letteratura e alla storia per arricchire la sua esperienza letteraria e per completare quel viaggio che Fowles vuole fargli compiere, per guardare la realtà con altri occhi e chiedersi se quello che si vede sia reale, o se invece possa essere rovesciato e risultare vero e possibile allo stesso modo.

Il Principe e Il Mago

C’era una volta un giovane principe che credeva in tutte le cose tranne che tre. Non credeva nelle principesse, non credeva nelle isole, non credeva in Dio. Il re suo padre gli diceva che queste cose non esistevano. Siccome nei domini paterni non vi erano ne’ principesse ne’ isole ne’ alcun segno di Dio, il principe credeva al padre.
Ma un bel giorno il principe lascio’ il palazzo reale e giunse al paese vicino. Quivi, con sua grande meraviglia, da ogni punto della costa, vide delle isole e, su queste isole, strane e inquietanti creature cui non si arrischio’ di dare un nome. Stava cercando un battello, quando lungo la spiaggia gli si avvicino’ un uomo in abito da sera, di gran gala.
“Sono vere isole, quelle?”, chiede il giovane principe.
“Certo, sono vere isole”, rispose l’uomo in abito da sera.
“E quelle strane e inquietanti creature?”.
“Sono tutte genuine e autentiche principesse”.
“Ma allora anche Dio deve esistere!”, grido’ il principe.
“Sono io Dio”, rispose l’uomo in abito da sera con un inchino.
Il giovane principe torno’ a casa al piu’ presto.
“Eccoti dunque di ritorno”, disse il re, suo padre.
“Ho visto le isole, ho visto le principesse, ho visto Dio”, disse il principe in tono di rimprovero.
Il re rimase impassibile.
“Non esistono ne’ vere isole ne’ vere principesse ne’ un vero Dio”.
“Ma e’ cio’ che ho visto!”.
“Dimmi com’era vestito Dio”.
“Dio era in abito da sera, di gala”.
“Portava le maniche della giacca rimboccate?”.
Il principe ricordava che erano rimboccate. Il re rise.
“E’ la divisa del mago. Sei stato ingannato”.
A queste parole il principe torno’ nel paese vicino e si reco’ alla stessa spiaggia dove s’imbatte’ di nuovo nell’uomo in abito da sera.
“Il re mio padre mi ha detto chi sei”, disse il principe indignato.
“L’altra volta mi hai ingannato, ma non m’ingannerai ancora. Ora so che quelle non sono vere isole ne’ vere principesse, perche’ tu sei un mago”.
L’uomo della spiaggia sorrise.
“Sei tu che t’inganni, ragazzo mio. Nel regno di tuo padre vi sono molte isole e molte principesse. Ma tu sei sotto l’incantesimo di tuo padre e non le puoi vedere”.
Il principe torno’ a casa pensieroso. Quando vide il padre, lo fisso’ negli occhi.
“Padre, e’ vero che tu non sei un vero re, ma solo un mago?”
Il re sorrise e si rimbocco’ le maniche.
“Si, figlio mio, sono solo un mago”.
“Allora l’uomo della spiaggia era Dio”.
“L’uomo della spiaggia era un altro mago”.
“Devo sapere la verita’, la verita’ dietro la magia”.
“Non vi e’ alcuna verita’, dietro la magia”, disse il re.
Il principe era in preda alla tristezza . Disse: “Mi uccidero'”.
Il re, per magia, fece comparire la morte. Dalla porta la morte fece un cenno al principe. Il principe rabbrividi’. Ricordo’ le isole belle ma irreali e le belle ma irreali principesse.
“Va bene”, disse, “riusciro’ a sopportarlo”.
“Vedi, figlio mio, disse il re, “adesso anche tu sei diventato un mago.

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