Tag

, , , , , , , , , , , ,

Schermata 2013-12-15 alle 23.52.20Rivoluzione. Cos’è una rivoluzione? Un lungo brivido fatto di ideale e di guerra. Un fremito che unisce, divide, sovverte, ricrea.  Scomporre il vecchio, annientarlo, disintegrarlo per fare spazio a ciò che è nuovo. Un soffio che ingloba, che rende parte del tutto, che non sembra lasciare scampo a chi non ne fa parte.

“S’io fossi foco arderei il mondo, s’io fossi vento lo tempesterei, s’io fossi mare io l’annegherei, s’io fossi dio mandereil’en profondo”.

Questo urlerebbe la rivoluzione se le avessero dato una voce. Il suo obiettivo: sventrare l’intero mondo conosciuto per sostituirlo con un altro migliore. Da una parte il vecchio, dall’altra l’avvenire. Non ci sono mezze misure nella rivoluzione, la storia stessa non ha lasciato spazio alle sfumature nelle rivoluzioni. Al contrario, con il suo innato senno del poi, la storia ha sempre presentato la rivoluzione come qualcosa di inevitabilmente compatto. Bianco o Nero, Rosso o Blu, Rosso o nero. Favorevole o contrario.

Ma cosa accade quando quel pescatore che canta Fabrizio De André, non prende le parti né del gendarme, né dell’assassino? Come approcciare quel contadino a cui Victor Hugo, nel 1793, mette in bocca tale risposta alla domanda “Da che parte state , dunque? Siete repubblicano o realista?

Sono un povero

Né realista, né repubblicano?

Non credo in niente

Siete pro o contro il re?

Non ho il tempo di occuparmi di faccende del genere

Che ne pensate di quanto sta accadendo?

Che non ho di che vivere

E tuttavia mi aiutate

Ho visto che eravate fuori legge. E cos’è la legge? A quanto pare si può esserne fuori. Non capisco. Quanto a me, sono nella legge? Sono fuori della legge? Non lo so. Morire di fame, questo è nella legge”

Victor Hugo sceglie di ambientare l’intero racconto nel 1793, uno dei momenti forse 540777_10200520807250188_1508969721_npiù delicati di quella che è stata l’esperienza rivoluzionaria francese, e tra le sue righe sembra voler nascondere questi interrogativo: Quante sfumature colorano le parti in lotta? Quante verità vi sono in una rivoluzione? Dov’è la verità rivoluzionaria? Esiste una verità più alta dell’ideale rivoluzionario? Cosa si può mettere in gioco per seguire una rivoluzione? Fino a dove è lecito spingersi? Fino a dove arriva la validità dei principi rivoluzionari? Fino a dove è giustificata la violenza?

Potrebbe essere semplice rispondere a questi interrogativi nei momenti di calma, negli incontri tra intellettuali dei salotti. Ma cosa si sceglie se fuori imperversa la bufera?

“In guerra nessuno è intelligente: non devi credere alle verità di nessuno.
Le lunghe disquisizioni sull’insensatezza della guerra del professore di una volta, in un battere d’occhio si trasformano in un selvaggio grido di guerra, appena egli viene a conoscenza del fatto che il suo bambino è giù, morto in strada” (Giovanni Lindo Ferretti).

Victor Hugo sceglie il 1793 per l’ambientazione del suo racconto, considerato dalla critica il più completo della vasta produzione dello scrittore francese. La ragione è ben precisa, e lo stesso autore la espone nel racconto. Il 1793 è l’anno in cui la Rivoluzione Francese è in crisi. Non è il momento del suo apogeo, non è l’anno della presa della Bastiglia e della gioia popolare (parigina) per essersi liberata dal giogo monarchico. Il 1793 è l’anno in cui la rivoluzione è minacciata dall’interno, dalle battaglie intestine per il potere, e dall’esterno dalla pressione al confine dei regni prussiani e britannici. Il 1793 è l’anno in cui la popolazione paga il prezzo più alto per aver ceduto e seguito con orgoglio e determinazione gli ideali di “libertà, eguaglianza e fratellanza” poiché per essi è costretta a “pagare una corsa in carrozza seimila franchi”.

schlinder-620x420E’ proprio nel caos del 1793 che Hugo vuole far riflettere il lettore sulla giustificazione della violenza, proprio quando gli animi sono caldi, quando in gioco c’è il futuro di una nazione. Hugo guida il lettore all’interno delle ragioni rivoluzionarie  mentre è in corso quello che gli autori del collettivo Wu Ming, che hanno ispirato la lettura del libro, hanno definito “il Vietnam della rivoluzione francese”: la guerra di Vandea. Mentre a Parigi si portava avanti la materializzazione dell’ideale rivoluzionario, in Vandea, nel Nord Ovest della Francia, si combatte per difendere il Regno, si muore per onore del Re e della Chiesa, per non cancellare il passato. Il racconto è un puro resoconto di guerriglia. C’è la guerra, la sua drammaticità. L’ideale rivoluzionario è lontano. L’ideale è a Parigi. Qui si muore, qui si massacra, qui si fucilano le madri e rapiscono i figli. E’ in questo contesto che Hugo chiama l’ideale rivoluzionario a farsi avanti. E’ qui che quest’ultimo deve ribadire la sua universalità e la sua forza. E’ qui che deve dimostrare la sua umanità ed è qui che Hugo fa emergere la complessità della rivoluzione, o meglio delle rivoluzioni.

Una complessità su cui lo scrittore insiste e che descrive in due episodi nello specifico. Il primo, facendo incontrare in un caffè i tre grandi simboli della rivoluzione francese: Robespierre, D’Anton e Marat. Ognuno di loro ha le proprie idee sulla rivoluzione, ognuno la propria posizione, ognuno il proprio odio e la propria sete di potere. Ognuno di loro è allo stesso tempo minaccia alla rivoluzione e parte fondante. Sono loro ad aver preso le redini, sono loro che, nonostante spingano verso direzioni diverse, danno alla rivoluzione il suo carattere di unicità.

Poi c’è la convenzione, uno dei passaggi forse più esemplari di tutto il racconto. La convezione è un teatro, è un agglomerato, è l’allegoria della molteplicità umana da cui scaturisce l’idea stessa di futuro.

Schermata 2012-05-01 a 13.21.17“Mentre sprigionava la rivoluzione, quell’assemblea produceva anche civiltà. Fornace ma forgia. In quel tino in cui ribolliva il terrore, fermentava il progresso. […] Spiriti in balia del vento. Ma era un vento prodigioso. […] V’era nella convenzione una volontà che apparteneva a tutti e non era di nessuno. Tale volontà era un’idea, un’idea indomabile e smisurata che spirava nel tenebrore dell’alto dei cieli. […] Passando, l’idea batteva questi ed estolleva quegli; […] l’idea sapeva dove andava  e sospingeva dinnanzi a sé l’abisso. Attribuire la Rivoluzione agli uomini è attribuire la marea alle onde. […] La Rivoluzione è una forma del fenomeno immanente che ci assedia da ogni lato, e che noi chiamiamo Necessità. Di fronte a questo misterioso intreccio di benefici e di sofferenza, si drizza il perché della storia. Perché si. Questa, che è la risposta di chi non sa nulla, è anche la risposta di chi sa tutto”.

s_s40_68938925Perché si. Un si dall’essenza così naturale che Hugo sceglie tre bambini per impersonificarlo. Queste tre creature, che della guerra sono solo vittime, sono i protagonisti di quello che è un altro passaggio dall’elevatissimo significato allegorico. I tre bambini, strappati dalla madre e usati come mezzo di scambio e di ricatto nella battaglia “finale” della guerra vandeana di Hugo, si trovano davanti un testo religioso. Loro sono il futuro, quel libro non ha alcun significato. E’ un libro storico, un libro sacro, ma i bambini, lo fanno a pezzi, si divertono a distruggerlo, e a fare di esso un tappeto di fogli, su cui giocare, divertirsi, costruire la propria avventura. In questo gesto c’è la chiave di tutta la forza rivoluzionaria, come nella vicenda dei tre bambini vi è tutto il significato del libro di Hugo.

E’ davanti alla necessità della loro salvezza, che è al tempo stesso importanza del futuro e della salvezza della stessa umanità, che Hugo scompone l’ideale rivoluzionario, e lo fa facendo scontrare e sfidarsi i due maggiori protagonisti che rappresentano allo stesso tempo la forza militare della rivoluzione, e il suo ideale: Gauvain, giovane nobile passato dalla parte della repubblica, e Cimourdain, ex prete anch’esso dalla parte della rivoluzione. I due sono stati i veri protagonisti della risposta repubblicana alla Vandea, e sono legati da forti legami di affetto. Tuttavia, nonostante lottino dalla stessa parte, la loro posizione è differente, il loro ideale mosso da complessità inconciliabili. Da una parte la necessità di completare la rivoluzione, dall’altra la necessità del rispetto dell’umanità e dell’ideale che ha scatenato la rivoluzione stessa: la giustizia e la difesa dei valori umani.

164982_10151436289028597_1158566275_nIl dialogo tra Cimourdain e Gauvain, che chiude il racconto, racchiude l’essenza stessa del libro e dell’elemento rivoluzionario: non perdere mai di vista ciò che c’è oltre il mero diritto e la mera violenza, ovvero l’equità e l’eguaglianza dei popoli.

Novantatré è un’opera (d’arte) imprescindibile, un romanzo di pura storia che va al di là della storia stessa e che nel narrarci le radici della nostra società moderna, obbliga a soffermarsi su quei valori fondamentali che nessuna necessità politica può permettersi di lasciarsi alle spalle, se non vuole essere essa stessa superata da una rivoluzione successiva.

La lettura di questo libro, tra i meno noti di Hugo, mi è stata suggerita leggendo e seguendo il blog degli autori di Q. Qui sotto il link all’articolo http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=7609 dove vi è anche la possibilità di ascoltare un attenta descrizione del libro in un interessante podcast.

Annunci