Tag

, , , , ,

“Oh hard is the fortune of all womankind
They’re always controlled, they’re always confined
Confined by their parents until they are wives
Then slaves to their husbands for the rest of their lives”

Era il 1961 quando Joan Baez riarrangiava la canzone tradizionale Wagoner’s Lad per sollevare la questione della condizione femminile e della necessità dell’emancipazione della donna, sia sotto l’aspetto sociale sia sessuale.

Quasi negli stessi anni, Erica Jong scriveva il suo primo libro Paura di Volare, parlando 1656078_10203249485543263_1948635155_ndi “sesso come un uomo…non farebbe mai”. Erroneamente spacciato per letteratura erotica, Paura di volare è un mater pièce della letteratura femminile, un racconto che ha segnato un “prima e un dopo” in questa categoria e che si è inserito nella stessa corrente di opere di Sylvia Plath, Lillian Hellman, Simone de Beauvoire e Doris Lessing.

Pubblicato nel 1973 negli USA, il libro si è immediatamente distinto per il suo linguaggio aperto, veloce e sfrontato, spaccando la comunità letteraria tra chi lo ha considerato un testo di mero erotismo, e chi invece ne ha apprezzato gli aspetti psicologici, ironici e profondamente provocatori che lo caratterizzano e che ne costituiscono la parte fondante.

31888_10151297398827522_480374918_nLa Jong utilizza la metafora della paura di volare con l’areo per sollevare un’altra maggiore enorme paura che per anni ha condizionato, e che tuttora condiziona, moltissime donne: l’incapacità di spiccare il volo, di rivendicare la propria natura di esseri umani indipendenti, liberi, sciolti dalle convenzioni sociali e culturali che legano la figura femminile alla dea del focolare e che demonizzano qualsiasi allontanamento da questo stereotipo.

Narrando in prima persona le vicende di Isadora, la Jong si prefigge di mostrare l’intrinseca complessità della natura femminile, la sua continua tensione tra le proprie fantasie e la paura di realizzarle, l’incertezza tra il voler essere qualcosa di diverso e le spaventose conseguenze che per una donna significa essere diversa.

Attraverso le molteplici esperienze della protagonista la Jong esplora tutti quegli ambiti in cui ogni donna deve confrontarsi con se stessa e con l’ambiente che la circonda, fatto di tradizioni, convenzioni, limiti e imposizioni.

E allora ecco Isadora a fare i conti con il suo ambiguo senso di maternità che da una parte la vorrebbe madre ma che di fronte alla propria complessità la porta a riflettere

Riuscivo a pensare soltanto a me stessa, alla mia irrequietezza, alla mia smania di scopate senza cerniera e ai miei sconosciuti incontrati in treno…incastrata con un bambino. Come potevo augurare tutto questo a un bambino?

Ed ancora

Come farà la gente a decidersi di avere un figlio, mi chiesi. Era una decisione terrificante. Ed in un certo senso era una decisione presuntuosa. Prendersi la responsabilità di una nuova vita, quando non sai come sarebbe stata la tua.

Isadora si trova anche a doversi misurare con il proprio ruolo di donna in una società dove1157584_10151836217830701_1858403426_n

scegliere di essere qualsiasi cosa di diverso da una coppia è un’eresia. La solitudine […] si può perdonare ad un uomo specialmente ad uno ‘scapolo sensazionale.

Isadora è sposata, e quindi non può non esimersi dall’interrogarsi anche sul suo ruolo di moglie ed amante, specie se non può nascondersi che dopo anni di matrimonio

scopare con lui [mio marito] è come mangiare un formaggino alla panna: riempie, ingrassa perfino, ma niente sapori eccitanti, niente gusto dolce-amaro. Niente pericoli. E quello che si vuole invece è un pezzo di Camembert stagionato, un caprino di quelli rari: succulento, cremoso, piccante.

Sfrontata, maleducata, senza veli, Isadora/Jong mette sotto il microscopio qualsiasi aspetto della propria vita e della vita delle donne, per mostrare che c’è un modo diverso di vivere la propria femminilità e le fantasie sessuali che fanno della donna quello che è: un animale di istinto, carne e sangue, e non una figura immacolata appesa ad un muro. Ogni sua parola è una denuncia al maschilismo e alla costruzione imposta sulle donne dalla notte dei tempi, una contestazione urlata a gran voce, e che echeggia negli anni Settanta  con l’ironia di queste parole pronunciate di fronte ad una mancata erezione del suo amante:

L’estrema risorsa: il cazzo che sciopera. L’arma estrema nella guerra fra i sessi: il cazzo moscio. La bandiera dell’accampamento nemico: il cazzo a mezz’asta. Il simbolo dell’Apocalisse: il cazzo a testata atomica che si distrugge da solo. Era quella la disuguaglianza fondamentale che non si poteva annullare: non che il maschio aveva una meravigliosa attrazione in più di nome pene, ma che la femmina aveva una fantastica figa a prova di bomba. Non c’era tempesta, tormenta o cataclisma che potesse metterla fuori uso. Era sempre lì, sempre pronta, sempre all’erta. Una cosa terrorizzante se ci pensate bene. Non c’è da meravigliarsi che gli uomini odino le donne. Non c’è da meravigliarsi che abbiano inventato il mito dell’inadeguatezza femminile.

Isadora arriva a capire bene che la sua vita fino a quel momento manca della 1653357_10202690570043986_1884164039_nconsapevolezza della sua femminilità e del suo essere donna, e che senza di essa, non riuscirà mai a realizzarsi. Ed allora decide di aprire le ali e di volare, di lasciarsi tutto alle spalle e di inseguire il suo cuore, o la sua figa, come direbbe lei.

Sarà un volo emozionante ma non privo di dolore, incertezze e contraddizioni, che spingerà Isadora a stare in piedi da sola e, forse, a  vedere di nuovo “la luce alla fine del molo di Gatsby”.

 

Advertisements