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Della battaglia di Waterloo si ricorda Napoleone, il Duca di Wellington. Si ricordano le loro gesta, le loro decisioni. Al massimo ci si ricorda dei numeri, il giorno, l’anno, i morti. Ma se piuttosto che la scaltrezza inglese, a decidere la fine di Napoleone fosse stato un contadinello di non più di nove anni? Se fosse stato un piccolo pezzente che vagabondando per le campagne limitrofe alla battaglia avesse dato ai nemici dei Francesi l’indicazione che permise loro di arrivare nel momento giusto per sbaragliarne l’esercito?

La storia siamo noi, nessuno si senta offeso

La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso

Raccontata attraverso le gesta dei grandi, dei famosi, dai condottieri romani, dei re e dei Papi, la storia ha attraversato i secoli apparentemente dimenticandosi che dietro ognuno questi grandi personaggi c’è sempre stato il popolo, di qualsiasi razza, di qualsiasi religione. E se quindi “quello che si deve ammirare nella battaglia di Waterloo è l’Inghilterra, la fermezza del popolo inglese, la risolutezza inglese, il sangue inglese, [in poche parole] […] non il suo condottiero, ma il suo esercito”, allo stesso modo quello che di stupefacente c’è nella storia del mondo non è (solo) chi attraverso la storia è stato ricordato, ma anche e soprattutto chi l’ha resa possibile.
11118501_10153171140726760_3954594927273333535_oIn quello che è considerato uno dei romanzi miliari della letteratura europea, Victor Hugo sembra voler prendere a schiaffi i maestri di scuola che da dietro le loro cattedre impartiscono lezioni su cosa Cesare o Napoleone hanno fatto. Lo scrittore spedisce tutti gli insegnanti all’ultimo banco per schiaffare sui loro volti, e su quelli di tutti noi, foto drammaticamente comuni. Ecco quindi succedersi, una dopo l’altra, le immagini di Jean Valjean, di Fantina, di Cosetta, di Mario, dei Thernadier e di tutto quel numero infinito di personaggi che per più di mille e seicento pagine, ci raccontano e testimoniano come la storia sia in realtà nient’altro che la nostra vita.

I fatti […] appartengono a quella realtà drammatica e viva che la storia, talvolta trascura per mancanza di tempo e di spazio. Eppure […] la vita è lì, lì sono il palpito e il fremito umano. I piccoli particolari sono, per così dire il fogliame dei grandi avvenimenti

I Miserabili, romanzo del 1862, è un racconto che, dietro una trama apparentemente semplice – un ex carcerato, un’orfana, un giovane rivoluzionario e la storia di un amore – esplora la natura dell’uomo, il suo ruolo allo stesso tempo di miserabile comparsa e di protagonista.

It might sound like a good plot for a musical. But no one can read Les Misérables for the cleverness or subtlety of its plot. It is not a novel which prides itself on believability – The Guardian

Dal racconto storico, al saggio linguistico per passare alle profonde riflessioni sul sistema penitenziario e monacale francese, Hugo non si pone limiti né di tempo né di spazio e dialoga con il lettore, gli espone la sua realtà, gli descrive la sua versione dei fatti, lo coinvolge nelle sue appassionate digressioni sulla politica, sulla rivoluzione – alcune delle quali si ritroveranno poi in Novantatré – per poi prenderlo per mano e mostrargli materialmente, attraverso le vicende dei suoi personaggi, tutto quello di cui gli ha parlato. Nel corso del racconto Hugo si cambia di abiti più volte, prima narratore, poi saggista, fotografo e sociologo. Hugo trasforma la storia in politica assicurandosi che tutti, nessuno escluso, prendano parte a questa rivoluzione.

Sognare di protrarre all’infinto le cose defunte, di governare gli uomini imbalsamandoli, restaurare i dogmi in cattivo stato, ripassar l’oro ai sarcofaghi e l’intonaco ai chiostri, ribenedire i reliquari, riaccendere i fanatismi […]- Noi rispettiamo in qualche punto e risparmiamo il passato, purché esso acconsenta ad essere morto; se vuol essere vivo l’attacchiamo e cerchiamo di ucciderlo

Hugo dimostra come l’uomo rende gli altri e se stesso “miserabile” per colpa di un sistema di sfruttamento e di oppressione che gioca sull’ignoranza e la superstizione per relegare i più deboli ai confini della società. Hugo sembra voler urlare a gran voce la 10417505_986345781382129_6699927012526135187_nnatura fondamentalmente buona dell’essere umano e salvare le migliaia di miserabili resi tali dalla fame, dalla misera e dalla mancanza di solidarietà umana.

I Miserabili è un romanzo che sembra infinito al punto che alcuni critici, tra cui Adam Thirlwell del The Guardian, ritengono che siano proprio l’infinito e le sue innumerevoli coincidenze narrative i temi principali del racconto. La sua lunghezza non è un mistero, e la maniacalità dei dettagli e delle digressioni dell’autore ne hanno spesso messo a dura prova la lettura e la determinazione a finirlo. Tuttavia alla domanda “Di fronte della lunghezza del libro, cosa è davvero rilevante? Cosa rimane alla fine di tutto questo mastodontico racconto”. Forse, semplicemente, che alla fine dei conti, chi è davvero al centro di tutto è l’uomo e che persino il più miserabile è colui che fa la storia.

Finchè esisterà, per effetto delle leggi e dei costumi, una dannazione sociale che crea artificialmente, in piena civiltà, degli inferni e complica con una fatalità umana il destino che è divino; finchè i tre problemi del secolo, la degradazione dell’uomo per il proletariato, la decadenza della donna per la fame e l’atrofia del fanciullo per l’oscurità, non saranno risolti; finchè, in certe regioni, l’asfissia sociale sarà permessa; in altre parole e da un punto di vista ancora più ampio, finchè sussisteranno l’ignoranza e la miseria, i libri sul tipo di questo non saranno inutili. – Victor Hugo

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