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woodstock_slider_new3“It was the best of times, it was the worst of times, it was the age of wisdom, it was the age of foolishness, […] it was the spring of hope, it was the winter of despair, we had everything before us, we had nothing before us”. L’esperienza rivoluzionaria francese, come l’ha descritta Charles Dickens, è stato un periodo così assurdo da poter essere descritto solo per paradossi, paragonando il vero, e il suo contrario, l’alto e allo stesso tempo il basso, l’assurdo e il reale, al punto che, se c’è un’immagine che davvero può rappresentare ciò che accadde in quegli anni, è proprio quella delle carte da gioco. Il re che ora sta dritto, esiste allo stesso tempo e, con la stessa incertezza, di quello che è rivoltato.

La rivoluzione, diceva, è come quei mazzi di carte da gioco dove re, dame e cavalieri sono divisi a metà, una diritta e l’altra rovesciata, testa insù e testa dabbasso, giri e rigiri la carta ma cambia un cazzo, il re che sta diritto è sempre insieme a quello capovolto che è come se gli tirasse il ghignone, come se da sotto gli dicesse ‘io sono te che vai a finir male!

Dal 1789 in poi tutto è stato distrutto, ricreato, e ri-distrutto. Un’ondata, un “vento prodigioso”, come lo chiamava Hugo, si è abbattuto sulla Francia, allargando le sue ampie braccia su tutta l’Europa. “La Rivoluzione è una forma del fenomeno immanente che ci assedia da ogni lato, e che noi chiamiamo Necessità. Di fronte a questo misterioso intreccio di benefici e di sofferenze, si drizza il ‘Perché’ della storia. Perché si. Questa, che è la risposta di chi non sa nulla, è anche la risposta di chi sa tutto”.
081717759-2fc181f4-672a-4b40-b6ce-4481b208891fPerché, quindi, la rivoluzione? Perché si. Non c’è altra risposta. Ma se grazie ad essa “[sono rimasti visibili nel cielo dei popoli raggi come] la giustizia, la tolleranza, la bontà, la ragione la verità, l’amore”, come ha fatto tutto l’edificio rivoluzionario a crollare ed essere ribaltato fino al punto che ora, pensare alla rivoluzione francese non può essere scinto dal pensare al terrore? E soprattutto, se la rivoluzione francese è stata il momento storico che con la sua forza ha reso obsoleto tutto ciò che era venuto prima, come è potuta implodere risucchiando dentro i suoi eroi e le sue eroine? Come possono i re essere stati decapitati, il popolo diventare sovrano per poi vedere i re resuscitare, il popolo tornare in schiavitù, i leader essere decapitati? Come è stato possibile girare e rigirare le carte senza il tempo di accorgersene?

Riprendendo cronologicamente la storia da dove l’aveva interrotta Victor Hugo con Novatatré, e rilasciandola pochi anni prima dell’inizio dei Miserabili, L’Armata dei Sonnambuli racconta proprio questo, non solo come l’ideale rivoluzionario abbia reso il popolo sovrano all’indomani della presa della Bastiglia, ma soprattutto cosa è accaduto durante e dopo: la manipolazione, la degenerazione di quello stesso ideale che ha poi causato la perdita del controllo della rivoluzione, e la sua inevitabile caduta. E questo L’Armata dei Sonnambuli lo racconta in piena tradizione Wu Ming, narrando gli eventi tramite la voce del popolo.

Te lo si conta noi, com’è che andò. Noi che s’era in Piazza Rivoluzione. Qualchedun altro te lo conterebbe – e magari de l’ha già contato – come son buoni tutti, ciò a dire col salinzucca di poi, dopo aver occhiato le stampe sui libri […].

Quindi ecco susseguirsi personaggi come l’attore italiano Leo/Scaramouche, il poliziotto Treignac, la sarta Marie, l’amazzone Claire, il medico D’Amblanc che, ognuno dal proprio punto di vista e attraverso la propria storia, proprio come dei “miserabili”, raccontano cosa è stata la rivoluzione per la strada, per la gente. Tramite le loro avventure e la loro vita raccontano com’è esploso il sogno dell’uguaglianza, della fraternità e della libertà, come ha pervaso le loro menti e il loro modo di guardare al 081721218-dfe656c2-7f3d-434e-bec7-281eac3f7224mondo e come, una volta assorbito, non è stato più possibile tornare indietro. E’ proprio tramite loro, tramite la loro forza, che meglio si spiega la portata dell’ideale rivoluzionario. E’ in Scaramouche, che si fa vendicatore del popolo; in Claire, che bellissima e vestita da uomo entra nella Convenzione per portare avanti le richieste delle donne e delle donne del popolo; in Marie, che dalla prima linea combatte per i diritti del popolo e delle donne del popolo contro ogni forma di manipolazione, controllo ed oppressione.

Ed è sempre attraverso di loro che viene raccontato come tutto ad un certo punto si sia ribaltato, come la morte di Marat abbia segnato un punto di svolta, quale sia stato il sentimento diffuso dall’assassinio di Robespierre. Al punto che il vero terrore, quello a cui si ci si riferisce quando si pensa alla seconda fase della rivoluzione, dovrebbe invece essere collegato al momento in cui il popolo ha visto cadere Robespierre. Perché con questo, in un solo momento, si è propagata la consapevolezza che la rivoluzione, e tutto quello che aveva portato, non avrebbe mai più potuto continuare ad esistere.

‘Terrorista’, ecco la parola, è venuta fuori proprio in quei giorni, si dava la caccia al ‘terrorista’. ‘Terrorista’ era chiunque rammentasse al prossimo che anche i ricchi cagano.

[…] gli si è voluto bene Robespierre e Saint-Just, anche quando stavano sul cazzo. Persino quando ribollivano come la zuppa di latte, e minacciavano di spiccarci la zucca, persino quando dicevano che noialtri non eravamo noi ma foresti venuti da fuori a sobillare noi stessi, persino quando sviavano il galera qualcheduno di sbagliato, si può dire che noi, popolo sanculotto, gli si è voluto bene. Delle volte è in modo strano che si ama. In Campo di Marte abbiamo festato l’Incorruttibile, e poco tempo dopo lo han festato nell’altro modo

Ma L’Armata dei Sonnambuli non si esaurisce qui. La degenerazione dell’ideale si fa avanti al passo di un’Armata che, se all’inizio poteva essere interpretata come l’allegoria del fascismo, come l’incarnazione della fine dell’ideale e della meschinità con cui i padroni covano vendetta e lanciano rappresaglie con le spalle coperte dal potere, ci ha pensato la chiusura del libro a lasciare con la bocca aperta. Le ultime dieci pagine del libro lanciano tutta l’opera dei Wu Ming su un altro livello, al punto da richiamare alla memoria capolavori come Il Mago, di J. Fowles.

081720285-034c5dd0-4e65-437b-8dce-7beab9ff8619Con un linguaggio coinvolgente, divertente e mai banale, L’Armata dei Sonnambuli lascia con il fiato sospeso e il cuore pieno di quegli ideali che ci rendono quello che siamo oggi. Ma anche di amarezza, perché dalla fine del Settecento in poi ogni rivoluzione ha seguito le stesse dinamiche. Il popolo in prima fila, e i padroni e il potere dietro le quinte a tagliare teste. Il libro non dà risposte al perché di questa dinamica, ma mostra, pagina per pagina, vita per vita, come il padrone abbia sempre aspettato di nascosto, covato, manipolato l’ideale rivoluzionario per farlo apparire più crudo e spietato di quello che è, per spogliarlo della sua poesia. Al punto che sembra ormai essersi esaurito, lasciando il posto a questo assordante vuoto che pervade l’oggi.

Ci sarebbe da chiedersi se noi, il popolo, i pecoroni, per definirci come farebbero i Pink Floyd nell’album Animal, saremo mai in grado di ribellarci per una volta davvero ai cani, invitando loro e i maiali con le ali a rimanersene chiusi in casa.

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