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black-and-white-bus-girl-Favim.com-269134Tutto iniziò con Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison tra gli anni Sessanta e Settanta. Artisti, per lo più cantanti, morti a 27 anni in circostanze non sempre accertate. A loro negli anni si sono aggiunti, fra gli altri, Jean-Michel Basquiat, Kristen Pfaff, Kurt Cobain o più recentemente Amy Winehouse.

La cronaca, nel riportare le notizie della morte di questi artisti, il più delle volte suicidi, ha troppo spesso speculato sulle ragioni che li ha portati a togliersi la vita. La domanda era lasciata aperta: perché ragazzi giovani, bellissimi e di successo hanno deciso di uccidersi? Questo ha dato l’opportunità alla sempre folta schiera di benpensanti di poter esprimere tutta la propria saccenteria accusando lo stile di vita, l’educazione, persino la musica.

“Quando, come un coperchio, il cielo pesa greve, Sull’anima gemente in preda a lunghi affanni, E in un unico cerchio stringendo l’orizzonte, Riversa un giorno nero più triste delle notti;

Quando la terra cambia in un’umida cella, Entro cui la Speranza va, come un pipistrello, Sbattendo la sua timida ala contro i muri, E picchiando la testa sul fradicio soffitto;

Quando la pioggia stende le sue immense strisce, Imitando le sbarre di una vasta prigione, E, muto e ripugnante, un popolo di ragni Tende le proprie reti dentro i nostri cervelli;

Delle campane a un tratto esplodono con furia, Lanciando verso il cielo un urlo spaventoso, Che fa pensare a spiriti erranti e senza patria Che si mettano a gemere in maniera ostinata.

E lunghi funerali, senza tamburi o musica, Sfilano lentamente nel cuore; la Speranza, Vinta, piange, e l’Angoscia, dispotica ed atroce, Infilza sul mio cranio la sua bandiera nera..”

Baudelaire lo chiamava “spleen”, Jean Paul Sartre “nausea”. Sylvia Plath non gli ha dato un nome ma l’ha raccontato. Nel suo primo, e unico, lavoro in prosa, La Campana di Vetro, la giovane poetessa ha descritto come il male, il disagio esistenziale si è fatto strada all’interno della giovane e brillante Esther, l’ha mangiata dall’interno e l’ha resa inadatta, non solo allo sfarzoso mondo luccicante di New York, a quell’ambiente riconosciuto come appartenente a quelli che “ce l’hanno fatta”, ma anche al proprio ambiente familiare, alla tranquilla provincia, fino a distruggerla.

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Germogliato come un senso di inadattabilità ad mondo arrogante, competitivo e aggressivo, il malessere si è fatto avanti e come un virus ha immobilizzando Esther, rendendola schiava della propria mente. La campana di vetro, dentro cui Esther si è trovata, è un potente simbolo dell’isolamento in cui, forse, la stessa Plath, anche lei suicida a 31 anni, si è sentita costretta e schiava.

Buddy mi aveva detto, con un tono di voce allusivo e sinistro, che i figli mi avrebbero cambiata, che mi sarebbe passata la voglia di scrivere poesie. E così a poco a poco mi ero convinta che forse era vero: quando sei sposata e hai figli è come se ti avessero fatto il lavaggio del cervello e vai in giro come un’ebete, come una schiava in uno stato totalitario.

Sono numerosissimi i simboli che la Plath usa per raccontare lo sprofondare di Esther nel proprio malessere (e sono stati elencati ed analizzati bene qui) com per esempio: la futilità, l’atmosfera opprimente di New York; il maccartismo e i Rosenberg, giustiziati sulla sedia elettrica per le proprie idee; il percorso iniziatico obbligatorio per permettere ad una donna la propria affermazione nella società; l’iniziazione sessuale della donna per essere considerata tale; le (troppo) forti differenze di trattamento tra uomini e donne – ed è qui dove emergono gli elementi che fanno di Sylvia Plath una delle maggiori esponenti letterarie del movimenti femminista. Tutti questi elementi si accavallano fino a formare un muro che mette Esther di fronte a scelte che si autoescludono e che lasciano il suo spirito libero, curioso, affamato in un costante stato di insoddisfazione.

Era uno dei motivi per cui non intendevo sposarmi. L’ultima cosa che desideravo era la “sicurezza assoluta” ed essere il punto da cui scocca la freccia dell’uomo. Io volevo novità ed esperienze esaltanti, volevo essere io una freccia che vola in tutte le direzioni, come scintille multicolori dei razzi del 4 luglio

E’ proprio quest’obbligo a dover adottare una posizione che contribuisce a mettere Esther con le spalle al muro, e che la fa collassare su se stessa. Esther si rende improvvisamente contro di non poter essere mai abbastanza, di dover rinunciare sempre a qualcosa per essere qualcos’altro, un qualcos’altro che la lascerà per sempre insoddisfatta.

‘Io non mi sposerò mai!’

‘Sei matta’ sorrise, rasserenato ‘Cambierai idea’

‘No. Ho deciso’ ma lui continuava a sorridere

‘ti ricordi – incominciai – quella volta che mi hai riaccompagnato al college in autostop dopo il teatro? […] e mi hai chiesto dove avrei voluto vivere, se in campagna o in città? […] ho risposto che volevo vivere sia in campagna sia in città. […] E tu ti sei messo a ridere e hai detto che avevo la tipica personalità nevrotica […]. Beh, avevi ragione. Sono nevrotica. Non potrei trovarmi bene né in campagna né in città.’

‘Potresti vivere a metà strada’

‘Ah, e questo non è nevrotico? […] non bisogna assecondare questi malati altrimenti è peggio, gli fai solo del male. […] No, se nevrotico vuol dire desiderare contemporaneamente due cose che si escludono a vicenda, allora io sono nevrotica all’ennesima potenza. Volerò su e giù dall’una all’altra parte per il resto dei miei giorni’

Racconto potentissimo, La Campana di Vetro è lì per offrire protezione, conforto a questa Little Girl Blue che in misura e con intensità diversa, graffia, stride, si scuote, rivendica la sua identità dentro ognuno di noi.

“Ooh ah, honey I know, Baby I know just how you feel”

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