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11856810_134962963512527_184809494_nAvrebbe dovuto chiamarsi “Le avventure straordinarie d’Antoine Roquentin”. Ha finito con il chiamarsi “La nausea”. Se il primo titolo non può che richiamare l’opera magistrale con cui Andrea Pazienza nel 1977 ha descritto la sua rabbia verso il mondo, il secondo è un’ottima stretta di mano con cui Sartre presenta il suo di mondo. Non che si stia cercando di trovare similitudini stilistiche o contenutistiche tra i due autori, i quali si muovono su livelli, secondo temi, e seguendo modalità, troppo diverse. Tuttavia leggere “La Nausea” è stato come affogare in una valanga di sensazioni, di ossessioni, di distorsioni la cui forza ha ricordato quella strabordante dal morboso e maniacale bianco e nero della penna di Pazienza.

La Nausea è un diario, un “libro di furore e rabbia” come lo definisce il traduttore dell’edizione Einaudi Bruno Fonzi. Un quaderno dove il protagonista, Antoine, racconta i mutamenti che stanno avvenendo nella sua vita. Non si tratta però di un resoconto di avvenimenti diversi, quanto di una descrizione di come egli reagisce di fronte ad un’esistenza che sembra lasciarlo costantemente insoddisfatto. Nel raccontare le sue giornate, la ripetizione dei luoghi frequentati, quello che le giornate gli propinano, Antoine vuole capire cosa stia accadendo, il perché della presenza di un crescente senso di disgusto nei confronti dell’intorno. E quindi ecco che da qui nasce una lettura che sembra piuttosto un flusso di coscienza che come un’onda circonda il lettore e lo stordisce con informazioni scollegate fra loro, con sensazioni volte a colpirlo allo stomaco e a lasciarlo frastornato, senza una vera indicazione su dove la narrazione lo stia portando.

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In questo senso La Nausea non è un libro facile e sembra voler nascondere a lungo la propria vera chiave di lettura. Tuttavia la confusione trasmessa dalle pagine iniziali del libro deve essere considerata un semplice escamotage perché in realtà il libro è magistralmente costruito. Mettendo insieme i pezzi del puzzle si arriva al vero cuore del racconto che, nonostante la sua lunghezza contenuta, include un incredibile numero di tematiche, ognuna di queste di un’enorme profondità. Tutte queste sono tenute insieme da un unico grande filo conduttore che riguarda la delusione nei confronti di una vita troppo lontana da quello che si sarebbe voluto.

Antoine ricercava avventure nella sua vita al punto dal definire questo desiderio “qualche cosa a cui tenevo più di tutto il resto”. Voleva che la sua esistenza fosse “rara e preziosa”. Ed invece ad un certo punto sente che la sua è stata davvero solo un.. esistenza. La stessa esistenza di un’insignificante radice marcia in un parco anonimo in un’anonima giornata invernale in un’anonima (e borghese) cittadina della costa francese. “La Nausea è l’Esistenza che si svela – e non è bella a vedersi, l’Esistenza”, come dice lo stesso Sartre nel soffietto alla prima edizione de La Nausea. Scoprire il fondersi del suo piede con questo insignificante elemento del paesaggio che ogni giorno esiste alla stessa maniera, apre la porta ad Antoine ad un vortice di pensieri che sembra portarlo sull’orlo del baratro dell’indolenza e dell’insignificanza.

V’è qualcosa a cui tenevo più che a tutto il resto. Non era l’amore, dio, no, né la gloria, né la ricchezza. Era… insomma, m’ero immaginato che in certi momenti la mia vita avrebbe potuto assumere un’essenza rara e preziosa. La mia vita presente non ha niente di molto brillante […] Ho saputo d’improvviso di aver mentito a me stesso per dieci anni. Le avventure sono nei libri. Naturalmente tutto ciò che si racconta nei libri può accadere davvero, ma non nello stesso modo. Ed è a questo modo che io tenevo tanto. […] – Davvero, era questo che volevi? Ebbene, è precisamente questo che non hai mai avuto, ed è questo che non avrai mai.

Non è servito neanche l’incontro con Anny, il suo ex Amore, a dare un nuovo senso o una risposta al suo malessere. Perché anche Anny è nella stessa situazione. Anny non cercava avventure, ma situazioni perfette. La sua vita è stata a lungo un’ossessiva ricerca di situazioni perfette, un estenuante tentativo di vivere emozioni e situazioni che potessero essere annoverate negli annali.

hqdefault“Voleva sempre realizzare ‘momenti perfetti’. Se il momento non si presentava, non prendeva più interesse per niente, i suoi occhi si svuotavano di vita, e lei si trascinava pigramente, con l’aria di una figliolona nell’età ingrata”.

Tuttavia anche Anny come Antoine, riconosce alla fine come la vita non sia fatta di avventure, e tanto meno di situazioni perfette e questo la lascia distrutta al punto da decidere di lasciarsi esistere.

Ho una specie di certezza… fisica. Sento che non ci sono momenti perfetti. Lo sento fin nelle gambe quando cammino. Lo sento continuamente, perfino quando dormo. Non posso dimenticarlo. Non c’è mai stata una specie di rivelazione; non posso dire: a partire da tale giorno, dalla tale ora, la mia vita s’è trasformata. Ma ora mi sento sempre come se questo mi fosse stato rivelato bruscamente il giorno prima. Mi sento abbacinata, a disagio, non mi ci abituo. […] Mi sopravvivo.

Esistenza è certamente la parola chiave del libro di Sartre, e non solo perché tramite essa egli ha descritto quella corrente che con la Nausea prende avvio, ovvero l’esistenzialismo laico di cui Sarte è il massimo esponente, ma perché è proprio la contrapposizione tra essa e l’essere a dare senso a tutto il diario sartriano. Antoine e Anny, soffrono per non riuscire ad essere e si dannano per esistere, anonimamente, inutilmente.

Ma come toccare l’essenza e allontanarsi dall’esistenza? Antoine ne ha una prima percezione all’inizio del libro, quando ascolta un disco e si rende conto che “la musica buca queste forme vaghe e passa attraverso”. Partendo da questa primissima percezione, in cui viene offerta una delle più belle definizioni di tutti i tempi di “musica”, Antoine sembra ritrovare la strada verso un possibile essere proprio verso la fine del racconto, quando ascolta un vinile diffondere nell’aria le note di un jazz che canta “some of these days you’ll miss me honey”. In quel momento il protagonista realizza che forse l’arte, nelle sue forme più pure come la musica o la letteratura, è il mezzo con cui trascendere spazio e tempo, e di conseguenza la mera esistenza, e innalzarsi al di sopra di essa e arrivare ad Essere, imperturbabilmente e per sempre.

C’è un’altra felicità esternamente, v’è questa striscia di acciaio, l’esigua durata della musica che traversa il nostro tempo da parte a parte, lo respinge, e lo lacera con le sue secche, piccole punte; c’è un altro tempo. […] Questa  bella voce mi piace non per la sua pienezza o per la sua tristezza, ma specialmente perché è l’avvenimento che tante note hanno preparato, tanto in anticipo, morendo per farla nascere. […]

po7Differenziandosi nettamente dal pessimismo della “Campana di Vetro”, Sarte decide di salvare Antoine da una fine drammatica o da una drammatica esistenza e mette nelle sue mani una nuova possibile “avventura straordinaria”, intrisa di realismo e di essenza.

Alla citazione di Luis-Ferdinand Celine con qui Sarte apre il libro “E’ un giovane senza importanza collettiva, è soltanto un individuo” sembra quindi opportuno rispondere ancora una volta tramite la penna di Pazienza “E ringrazia che ci sono io, che sono una moltitudine”.

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