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IMG_2770“L’idea più radicale del femminismo – la delegittimazione del matrimonio – è ormai così ampiamente accettata da essere diventata la norma […]. In tutte le classi sociali e in tutti i gruppi etnici [USA], è in corso un completo stravolgimento del modo di vivere delle donne. L’idea della donna adulta, indipendente, un tempo considerata un’aberrazione, sta diventando la norma, e sta nascendo un gruppo sociale completamente nuovo: quello delle donne adulte che non dipendono dagli uomini e che non sono definite da loro dal punto di vista economico, sociale, sessuale e riproduttivo”.

Questo è, in pochissime parole, il sunto che Rebecca Traister, giornalista statunitense autrice di All the single ladies: unmarried women and the rise of an independent nation, compie alla vigilia delle prossime elezioni presidenziali USA. La sua tesi è semplice: una nuova nazione sta nascendo, come ultima conseguenza del (troppo) lento processo di emancipazione femminile, e la comparsa di questa nuova forza, composta da donne single, istruite, indipendenti, potrebbe cambiare, e di fatto sta cambiando, la storia politica del paese. Una delle più grandi paure che hanno ispirato le disparate resistenze all’affermazione della donna, e che trovano espressione nella frase dell’ex Presidente Roosvelt “Una razza non vale nulla se le donne smettono di riprodursi” – si sta rivelando vera: le donne, anche da sole, possono cambiare il mondo.

5100Quello descritto dalla Traister è certamente un risultato mirabile, anche se probabilmente ancora confinato nel continente nordamericano. Che questa tendenza si allarghi a macchia d’olio fino a comprendere tutte le società della terra è certamente auspicabile, ma il lasso temporale sarà così lungo da non lasciarci sperare di poterlo testimoniare. Quello di cui certamente ci sarà bisogno sono ancora tante lotte in cui le donne, ancora una volta, si sentiranno “sole in una moltitudine” e in continua tensione tra le loro potenzialità e il bisogno di “sicurezza e rispettabilità”.

Solitudine contro moltitudine, desiderio di libertà contro costrizione sociale, tensione verso il desiderio di costruzione e consapevolezza che quest’ultimo non può compiersi se non attraverso un lungo e complesso processo di distruzione delle sovrastrutture sociali, timore del fallimento. Questi le chiavi di volta del Taccuino d’Oro di Doris Lessing.

13220999_1139869839391059_9038148732318068488_nLungo, complesso, non sempre di facile lettura, il Taccuino D’Oro è pozzo inestinguibile di ispirazione per scavare tra i temi più caldi che hanno colorato la seconda parte del Novecento. Dalla lotta del movimento femminista, di cui questo libro è considerato uno dei maggiori manifesti, alla guerra, al rifiuto del razzismo, al rapporto tra coscienza individuale e fedeltà politica, dalla difficoltà dei rapporti sociali fino al contrasto generazione, questo è un libro che non si butta giù tutto in una volta. Va sorseggiato e per ogni goccia deve essere pensato e riflettuto.

Tra tutti i tasselli di questo complesso puzzle, messo insieme con una precisione spietata e un linguaggio secco e spesso drammatico, i temi emersi con maggiore forza e che offrono un maggiore respiro sono quelli legati alla guerra intima e brutale che le donne sono chiamate a compiere verso se stesse per potersi definire libere e al conseguente scontro generazionale. Quest’ultimo è presentato secondo dinamiche totalmente invertite rispetto a quelle comunemente note e per questo tinge il racconto di tinte interessanti che si confondono con questioni ideologiche e politiche.

Pochissimi si preoccupano veramente della libertà e della verità. Pochissimi hanno fegato, quel fegato sul quale si basa la vera democrazia. E senza gente di fegato di questo tipo, la società libera muore, non può nascere. Me ne stavo seduta, scoraggiata e depressa. Perché in tutti noi cresciuti nelle democrazie occidentali c’è l’innata convinzione che la democrazia si rafforzerà, sopravviverà a tutte le pressioni, e questa convinzione sembra resistere nonostante tutte le prove in contrario? Seduta in cucina vedevo l’intero mondo, con le sue nazioni, i suoi sistemi, i suoi blocchi economici che si rafforzavano e consolidavano: un mondo dove sarebbe diventato sempre più ridicolo perfino parlare di libertà e di coscienza individuale.

12342547_10153620622526760_7070746291197698110_nSe infatti nell’approccio più comune lo scontro generazionale viene presentato come incomunicabilità tra il desiderio di scardinare il passato delle generazioni più giovani contro la resistenza al cambiamento di quelle precedenti, in questo libro il rapporto è invertito. Sono i figli delle madri sole, delle donne che hanno lottato, e che continuano a lottare, per piantare i semi di una società nuova che possa crescere sulla base degli ideali di parità ed uguaglianza, di giustizia, di abbattimento dei confini sociali e di esaltazione delle possibilità e inclinazioni personali, che si trovano persi. Questi figli non riescono a sostenere la tensione tra la propensione al nuovo che è data loro dall’educazione anticonformista delle loro madri e una realtà che quotidianamente mostra solo (l’apparente) impossibilità di realizzare questa nuova società. Di fronte alla cronica resistenza al cambiamento e alla durezza della lotta per farlo avvenire, questi figli chiedono, e si chiedono, quale sia la vera natura di quell’ideale che la generazione precedente si è tanto battuta per difendere e perpetuare e se valga veramente la pena di combattere per la sua realizzazione. Se ogni rivoluzione, per quanto nobile e giusta, è stata sabotata dall’interno e dalla corruzione dei suoi stessi elementi fondatori, vale davvero immolarsi?

[…] e pensavo che la generazione dopo la nostra, dopo averci dato un’occhiata, si sposerà a diciotto anni, proibirà i divorzi e adotterà codici morali rigorosi e cose del genere, perché altrimenti il caos sarebbe troppo spaventoso.

La generazione successiva a quella del sogno (Il Sogno più Dolce, come lo chiama la Lessing in un altro dei suoi libri) sembra decidere che il testimone che quella precedente vuole passargli è troppo pesante. Quindi si sgretola, diventa inerme, destinando se stessa alla solitudine e acuendo il senso di abbandono e fallimento delle sue madri. Il timore di perdere e ferirsi, di portare le cicatrici della lotta, è troppo grande. La rivoluzione (politica, sociale, femminista) degenera in debolezza e, ancora peggio, in consapevolezza della propria debolezza. E fallisce. Il grande ideale unitario fatto di universalismo, di lotta per i diritti, per l’uguaglianza, per la giustizia, si sgretola in tante schegge impazzite. L’individualismo torna a prevalere sull’universalismo. La solitudine sulla moltitudine.

[…] non perdere il sonno per causa mia. Perché non avrei organizzato movimenti rivoluzionari. Vent’anni fa l’avrei fatto, ma oggi no. Perché oggi sappiamo quel che succede ai gruppi rivoluzionari e che finiremmo con l’assassinarci a vicenda nel giro di cinque anni.

IMG_3358Di fronte a questo e a ciò che si è osservato dagli anni Ottanta ad oggi, sembra che non ci siano dubbi nel pensare che l’ideale sia morto e sepolto. Eppure la Traister ci dice che qualcosa si muove. La domanda è: quel movimento che sembra stia riuscendo a cambiare la società negli USA è un ultimo singulto della rivoluzione del secolo scorso, o è un nuovo invito a riunirsi verso un rinnovato e concreto sogno di cambiamento universale?

Cara Anna, noi non siamo dei completi falliti come pensi tu. Noi passiamo la vita a lottare perché la gente sia un poi meno stupida di noi e accetti la verità che i grandi uomini hanno sempre saputo. Hanno sempre saputo, e l’hanno saputo da diecimila anni, che chiudere un essere umano in un confino solitario può trasformarlo in un pazzo o in una bestia. Hanno sempre saputo che il povero spaventato dalla polizia e dal padrone è uno schiavo. Hanno sempre saputo che la gente che ha paura è crudele. Hanno sempre saputo che la violenza genera violenza. Come lo sappiamo noi. Ma lo sanno le grandi masse? No. Ed è nostro compito dirglielo. […] Siamo noi a spingere i macigno, e continueremo a spingere i macigni su per le pendici di una montagna incredibilmente alta. Il macigno è la verità e la montagna è la stupidità umana

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