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XVM87ff71d8-3d36-11e6-a8f6-7243454d717f“Ogni volta che capite che state dalla parte della maggioranza, vi conviene fermarvi e riflettere” suggeriva Mark Twain.

Fermarsi a riflettere sulle troppo comode verità della società è un tema caro a Phil Roth. Già con Pastorale Americana e con Ho sposato un comunista, l’autore statunitense ha voluto tirare via il sipario dal palcoscenico della società americana per mettere in mostra ciò che ne rimane dietro la facciata. Dietro le famiglie perfette, le vite realizzate, i corpi scolpiti, esistono violenza, disperazione, incomprensione. Nonostante il sorriso platinato della perfetta famiglia statunitense e l’apparente integrazione nella vita sociale esistono violenza e rigetto. Lo stesso vale per la politica. Le giustificazioni politiche per perseguire chi esce dal camino tracciato creano una guerra fra poveri. Un “tutto contro tutti” degno del più demoniaco Grande Fratello Orwelliano.

Famiglia, Stato, Società. Quest’ultima arriva a chiudere la trilogia politica con cui Roth vuole stracciare i luoghi comuni su cui si fonda la società statunitense (occidentale?) e costringerla a guardarsi in faccia. Prendendo in prestito le vite dei “perfetti statunitensi”, lo scrittore distrugge la loro apparente perfezione girando lo specchio verso chi di quello splendore ha fatto il mezzo del proprio giudizio. Scardinando i punti di riferimento, Roth costringe il cittadino della porta accanto che si erge a giudice del mondo a guardarsi allo specchio, e quantomeno a porsi delle domande.

Coleman Silk sarebbe dovuto essere un uomo inattaccabile, emerito professore, una moglie importante, dei figli realizzati. Eppure il suo successo e la sua fiducia in se stesso (qualità chiave di qualsiasi uomo di successo negli USA, secondo la retorica comune) lo portano a pronunciare una parola di dubbio significato, che decreta la fine del suo successo. Senza provare i fatti, e attenendosi all’apparente scandalo, università, amici, città, si rivoltano tDeborah, a Nigerian sex worker, sits on her makeshift bed.utti contro Coleman Silk. Quest’ultimo, isolato, si sgretola, si isola, crolla sotto il peso della diffamazione, degli attacchi dei vecchi colleghi, compie scelte che sembrano giustificare il giudizio insindacabile di quello che prima sembrava essere il suo mondo e che ora è una vasca di squali.La sua storia è raccontata minuziosamente dall’unica persona che gli è rimasto vicino, e attraverso i suoi occhi, il vecchio Coleman non può non apparire come una vittima degli eventi. La sua relazione con una giovane donna, emarginata dalla società, vittima di tutte le violenze che una donna povera può subire in una società come quella occidentale, appare come l’unico porto di approdo e di salvezza. I due derelitti si sostengono a vicenda, e la loro storia non può che portare il lettore dalla parte di Coleman. Di fronte a tutta questa cattiveria, civetteria, incomprensione, odio, è facile scegliere da che parte stare.

Ma proprio quando si è scelta la sbarra da cui lanciare il proprio giudizio e condanna, ecco una nuova realtà che mescola nuovamente le carte e che mostra una nuova – imprevedibile – faccia di Coleman Silk.

Cosa fare? Chi ha ragione? Quale è il giudizio da emettere? Chi è da condannare?

Meno avvincente di Pastorale Americana e Ho sposato un Comunista, La Macchia Umana conclude un ciclo che come un labirinto degli specchi costringe il lettore a muoversi cautamente per trovare l’uscita senza sbattere violentemente contro la propria immagine.

“Tired friend, Times are gone For honest men”

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